martedì 23 ottobre 2012

Sull'orlo di un dirupo


L'attesa sta per finire. "Sull'orlo di un dirupo", il mio libro più sentito e per questo, credo, più emozionante (oltre che divertente) è in stampa. Richiedetelo sui canali di vendita in rete, oppure alla casa editrice: www.ilfoglioletterario.it. O in qualunque libreria abbia voglia di fare un semplice ordine. O magari al sottoscritto, che se siete in zona vi offre pure una birra. Prezzo di copertina: 12 euro. Soldi spesi bene.

Scrivere un libro con passione su una grande passione. Lo ha fatto l’autore di questa opera che parla di emozioni, sofferenza, riscatto, rinascita. Un libro atipico dove il passato, il presente e il futuro di chi scrive si intrecciano e fanno i conti con il mondo del calcio e la società attuali, universi speculari e purtroppo alla deriva. L’unica speranza sembra venire dalle generazioni in erba, ma salvaguardarle dal degrado morale e spirituale degli adulti appare impresa disperata. Manservisi tenta, tra le pagine e i capitoli di questa “storia di vita”, di suggerire una via d’uscita, via che può essere trovata solo anarchicamente, ovvero seguendo il proprio cuore e rifiutando l’omologazione a uno status quo che sembra il preludio alla vera fine del mondo.

DALLA QUARTA DI COPERTINA:

E già che siamo all’inizio, voglio fare una premessa molto importante: questo libro parla di calcio, ma è come se parlasse di qualsiasi altro sport o passione. Questo libro è per chi ama il calcio, per chi lo odia e per chi se ne frega. Questo libro parla di VITA e le sue pagine gridano, in particolar modo ai giovani e ai loro genitori, una specie di implorazione: LEGGETEMI! Ne vale la pena, sempre che leggere abbia a che fare con la sofferenza piuttosto che col piacere.

(Simone Manservisi) 

Sono passati venticinque anni, e da allora ho sentito un miliardo di suoni e di rumori. Ma il Thumm! del pallone che impattava con il collo del mio piede destro e il Flosccc! della rete che si gonfiava un attimo dopo ce li ho ancora qui, nelle orecchie, come se avessi colpito quel pallone questo pomeriggio.
Questo libro è per chi ha ancora quei bellissimi suoni nelle orecchie. E nel cuore.

(dalla prefazione di Gianluca Morozzi)

martedì 2 ottobre 2012

Dieci giorni = un anno



Dopo aver riletto e radiografato gli articoli che fecero "grande" il vecchio sito, ho valutato che solo un decimo di essi sono riproponibili qui nel nuovo blog. Perché? Perché rappresentano in un certo senso un periodo storico e personale che si è ormai chiuso. Andarli a ripescare mi sembra come andare a riesumare un morto, rileggere le pagine del diario di un altro: non me ne vergogno, però l'evoluzione mi ha portato... oltre. Chi li lesse a suo tempo ne avrà colto il buono e il cattivo che contenevano, così come io, da quel buono e cattivo, ho edificato il Dottor Manser di oggi. Non ha più senso che torni indietro per riscaldare minestre ormai scadute, ma se qualcuno un giorno vorrà "studiare" da un punto di vista esegetico il Doc, basterà farmi un fischio e sarò disponibile ad aprirvi i miei archivi (diari esclusi perché quelli, come sa bene il mio notaio, potranno essere aperti solo cinquant'anni dopo la mia morte). L'articolo che segue è dunque l'ultimo che ripropongo e che sancisce un ideale distacco definitivo da quello che fu il sito dottormanser.it. E' datato 2008 e come congedo mi sembra perfetto.


Quando dieci giorni possono valere un anno? Quando li vivi in viaggio, spremendoli fino all'ultima goccia. Così ho fatto nel mio ultimo on the road, dal nord della Corsica al sud della Sardegna. Dieci giorni intensi, sempre in movimento, ma anche introspettivi, ispirati ed estremamente proficui sia da un punto di vista letterario che di evoluzione spirituale. 
   Mi sono imbarcato a Livorno e il profumo di libertà che già mi inebriava appena partito da casa, quasi mi stordiva. A Bastia mi sono diretto verso Saint Florent, viaggiando su strade strette, con strapiombi non protetti a lato e vacche enormi che comparivano in mezzo alla carreggiata all'improvviso. La prima notte ho piantato l'igloo ad Aleria (sorprendente quanto si dorma bene anche in una tenda quando si è stanchi e appagati) e il giorno seguente ho proseguito verso sud, dove hanno cominciato a presentarmisi alla vista spiagge caraibiche.
   Mi ero ripromesso di fare un bagno "purificatore" in ogni cala che avessi visitato, come fosse un battesimo, un atto di reverenza verso quei luoghi e la natura in generale. A tappe sono poi giunto a Bonifacio dopo essere passato per Ghisonaccia, Solenzara, Palombaggia (la prima spiaggia incantevole; molto meno belle erano le prime), Santa Giulia, Rondinara, Cala Longa e aver trascorso una piacevole serata a Porto Vecchio. Attraversate le Bocche, ho puntato verso Palau e in un camping sul mare, da cui si poteva ammirare la Maddalena, ho piantato la tenda.
   Tappe successive nel nord dell'isola sono state San Teodoro e Budoni, poi mi sono diretto a Cagliari a trovare la mia amica Loredana, unica donna che mi fa incazzare appena apre bocca ma verso la quale nutro un sincero affetto.
   Fatto un salto al Poetto e visitata un po' la città sono tornato verso Olbia, non prima di aver fatto tappa a Santa Lucia e Posada. Nell'attesa del traghetto delle 22.00, l'ultimo giorno ho trascorso il pomeriggio a Golfo Aranci e dopo un ultimo bagno "depurativo" ho salutato la Sardegna.
   Torno dunque a casa rigenerato, con un nuovo racconto-romanzo in cantiere, ispirato per nuove storie, evoluto spiritualmente, felice di essermi avvicinato ai miei limiti e forse averne superato pure qualcuno. Se come ho scritto, dieci giorni così valgono un anno, pensate cosa può valere una vità in... viaggio. Coloro che conoscono bene il "senso" sanno bene che dietro (o dentro) al viaggio c'è il segreto  dell'ETERNITA'.

lunedì 1 ottobre 2012

UN FERRAGOSTO DA INCUBO


 Quando si dice "la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo". Giovedì 14 agosto io e il mio amico Petru partiamo per fare una serata a Rimini, non valutando (ingenui!) che Rimini a ferragosto è peggio della Mecca invasa dai pellegrini durante il ramadan. Arrivati a destinazione cerchiamo un parcheggio tra le stradine intasate del lungomare e dintorni. Imboccato un viottolo tipo quartieri spagnoli di Napoli, ci troviamo di fronte un macchinone pieno di russi dall'aspetto poco raccomandabile. Io e l'amico dopo esserci scambiati uno sguardo breve ma eloquente, decidiamo che è meglio non sindacare, anche perché basta fare cinque metri in retromarcia per infilarci in un'altra viuzza. Faccio così. Ma mentre cerco di infilarmi un grido squarcia il cicaleccio dei turisti ancora in pausa digestivo davanti agli hotel: "Fermooooooooooo!" E' Petru che con la sua voce quasi copre il lugubre "scrrrrrrrrrrrrrrrrrrch" che proviene dal lato destro della Golf del papi. Faccio altre tre o quattro manovre e mi infilo nella stradina, parcheggio e scendo a controllare l'entità del danno, mentre un vecchietto se la prende con le macchine che erano parcheggiate in divieto di sosta e che a parer suo sono responsabili del danno alla mia macchina. "Chiami i vigili e facci dare la colpa a questi sgraziati!" dice. "No guardi, lasci perdere, qui la colpa è solo mia" rispondo mentre grondo litri di sudore già pensando ai 700 - 1000 eurini che mi chiederà il carrozzaio e soprattutto alla reazione del papi, appena reduce dalla distruzione (sempre da parte mia) dello specchietto retrovisore della Golf. Chiosa: se vi state chiedendo se non so guidare... so guidare benissimo! Trattasi di coincidenze. Dicevamo: appurato il danno mi rimetto in macchina cercando di non pensarci. Non è facile, ma i due mojito scolati durante la festa cubana sulla spiaggia (dopo altre mille peripezie per trovare un parcheggio) mi aiutano molto. Verso le due decidiamo di rientrare. Ci avviamo su viale Regina Elena e dopo aver percorso almeno due chilometri come zombie metropolitani, a Petru sorge un dubbio: "Mone, siamo sicuri di non aver già passato la via dove abbiamo parcheggiato?" "Sai che mi sa che hai ragione" replico frastornato dalla probabile veridicità delle sue parole. "E se l'abbiamo passata, l'abbiamo passata da un pezzo." Torniamo indietro e dopo un chilometro comincio ad avere visioni fantozziane di arcangeli che suonano trombe di falloppio e megadirettori galattici che cercano di assumermi in catena di montaggio. Ad un'ora imprecisata del mattino, più prossima alle quattro che alle tre, troviamo la Golf. Qualche ubriaco ha vomitato sul cofano, ma nel mio stato allucinatorio non me ne può fregare di meno. Cerco le chiavi e rovistando nel borsello, noto con sgomento di aver perso la mia agendina. Quella sì che è una notizia traumatica, ancor più della vomitata e del danno alla macchina. Vi avevo annotato idee, aforismi da utilizzare nei miei racconti, le perle di saggezza rubate qua e là. Ma soprattutto i numeri dei miei pazienti... "Pazienza!" mi fa Petru, ma non sa il valore che ha per me quell'agendina. "Pazienza" dico io cercando di autoconvincermi che morta un'agenda se ne fa un'altra. Comunque sia ci mettiamo in marcia, ma al primo autogrill ci fermiamo a fare un riposino, visto che siamo entrambi stravolti dalla "lunga marcia". Alle sette di mattina, come i guerrieri della notte di ritorno a Coney Island dopo una notte di battaglie, scarico Petru davanti casa sua e torno sperando di non trovare mio padre già alzato. Prontamente lo trovo che sta uscendo a comprare il giornale. "Cazzo" penso, "non potrebbe dormire un po' di più almeno quando è festa?!" "Tutto bene?" chiede, passando accanto al lato scassato del Golf. "Tutto bene" rispondo sudando le ultime gocce di sudore rimastomi in corpo. Papà passa senza accorgersi di nulla, così posso parcheggiare in garage e infilarmi direttamente a letto. Mentre spengo la luce mi dico che domani (oggi) appena sveglio valuterò il modo migliore per dargli la notizia. Alle undici e mezza, dopo neanche quattro ore di sonno, sento suonare il campanello: sono arrivati tutti i parenti per il pranzo di ferragosto a casa nostra. A me scoppia la testa, ma non riesco a riaddormentarmi con il pensiero di come affrontare il papi, ma soprattutto per aver perso l'agendina. A mezzogiorno e mezzo scendo in giardino e subito mio zio mi offre un bicchierone di sangria per colazione. Lo scolo e... Oggesù, ho un'illuminazione. "Hei Pa'" dico, "senti com'è buona questa sangria." Papà, che non è un gran bevitore, la assaggia. Per fortuna gli piace, così con la scusa di qualche brindisi improvvisato gliene verso un altro bicchiere. Al terzo mi decido: "Senti Pa', ti devo fare una confessione: ho distrutto la fiancata della Golf!" "Cus'et fàt?" dice lui. Senza aggiungere altro va a controllare e quando torna, per nulla incacchiato, riempie il bicchiere dei presenti di sangria e in tono solenne annuncia: "Un brindisi a Simone, che deve trovarsi un lavoro per i prossimi due mesi per ripagare i danni alla macchina!" Si alza un coro di "prosit" e qualche risata. Io carburo ancora un po' tanto per farmi passare il mal di testa, poi vengo preso d'assalto da nipotini, nipotine e bimbi vari (qualcuno manco so chi sia) che come sempre mi prendono in mezzo "a forza" nei loro giochi. Alle cinque di pomeriggio, letteralmente esausto, mi ritiro in bagno a farmi una vasca rilassante. Disteso nella schiuma e coccolato dal tepore dell'acqua, con un birrino in mano e "cippi" nell'altra, penso: "L'incubo è finito. Dai, poteva andare peggio!"

martedì 25 settembre 2012

SENECA DOCET

  Per quelli come me, spiriti creativi con velleità letterarie e filosofiche, la fame di sapere è un bisogno equiparabile al mangiare e al bere, necessità di vitale importanza da soddisfare per continuare a campare. Siccome sono un autodidatta, mi arrangio come posso nello studio degli argomenti che più mi interessano e siccome ho asserito più di una volta di sentirmi un piccolo filosofo, mi sono messo a compulsare tomi di filosofia benché molte verità le conosca già senza la spesso astrusa spiegazione di famosi pensatori. Leggendo un librone che racchiude la vita e le opere dei più grandi filosofi da Platone a Benedetto Croce, mi sono imbattuto in Seneca ed è stata una folgorazione. Insomma, io e Lucio Anneo Seneca ce la intendiamo alla perfezione. E dato che in un libro sottolineo sempre tutte le frasi che mi colpiscono, voglio far partecipi anche voi dei passi che hanno dato inizio al mio innamoramento per l’antico (eppur modernissimo) saggio. Eccone alcuni: a) Se sarai padrone del presente, meno dipenderai dall’avvenire. b) Non è povero chi possiede poco, bensì chi desidera più di quanto possiede. c) Vuoi sapere quale sia la giusta misura delle ricchezze? Dapprima avere quel che è strettamente necessario, poi quel che è sufficiente. d) La maggior parte degli uomini ondeggiano miseramente tra il timore della morte e le pene della vita: non vogliono vivere e non sanno morire. Pertanto se ti libererai da ogni preoccupazione per la vita, vivrai lietamente. e) Chi vive in buon accordo con la povertà è ricco. f) Trattieniti con quelli che sono capaci di renderti migliore e lasciati avvicinare da quelli che tu puoi rendere migliori; gli uomini mentre insegnano, imparano. g) Credimi: sembra che alcuni facciano niente eppure svolgono un’attività ben più importante di quella degli altri: si occupano dell’intera realtà nel suo duplice aspetto, umano e divino. h) Colui al quale i propri averi non sembrano più che abbondanti, sarebbe infelice anche se fosse padrone di tutto il mondo. i) Sì, sono sempre dello stesso parere: guardati dal frequentare la folla… l) E’ veramente felice e sicuro di sé stesso chi aspetta il domani senza ansietà. Chi, la sera, ha detto “son vissuto”, ogni giorno levandosi fa un guadagno. m) E’ una sventura vivere in uno stato di necessità: ma vivere in stato di necessità non è affatto necessario. 
   Sembra di sentir parlare il guru. In effetti vi sono alcune analogie tra il filosofo e il nostro Coluicheindicalaluce. Per chi non lo sapesse, Seneca fu incaricato dell’educazione del giovane Nerone, futuro imperatore di Roma. Colui fu insegnante privato di un bambino di nome Paulo Roberto Falcao, futuro ottavo re di Roma. Seneca morì suicida dopo essere stato accusato di congiura. Colui ha tentato più volte il suicidio dopo essere stato ingabbiato dalla censura. Seneca morì bevendo cicuta. Il guru vive sniffando coca. Ed entrambi mi insegnano che l’essere umano è, nella stragrande maggioranza dei casi, una cacchetta indegna. Addio.

domenica 9 settembre 2012

LIBRI 2

Vita, morte e miracoli di Tony Stantuffo, genio inespresso o ineguagliabile coglione. Al lettore l'ardua sentenza. (pubblicato nel 2009)

Favola per grandi e piccini (diciamo dai dieci anni in su), per continuare a sperare in un mondo migliore. (pubblicato nel 2009)

Uno scrittore si sveglia una mattina con una gobba deformante sulla schiena. Da quel momento intraprende un viaggio surreale alla ricerca delle origini del... fardello. Tutto dipenderà da esso. (pubblicato nel 2011)

La fuga dal "manicomico" di cinque matti, guidati da Jesus, per raggiungere la vetta del Mondemer sulla quale  risiedono i saggi possessori della Vulva filosofale. (pubblicato nel 2012)




sabato 8 settembre 2012

LIBRI

Cari amici e carissime amiche, dopo aver postato il meglio e soprattutto il peggio dei miei vecchi racconti, è ora di tornare ad aggiornare il blog. Non potevo non ascoltare le centinaia di lettere e le migliaia di e-mail che  quotidianamente ancora mi giungono supplicandomi di lasciare in rete qualche ricetta o pillola antidepressiva. Noto con piacere che i nostalgici del vecchio sito sono tanti. Purtroppo (e per fortuna) in questi mesi ho dovuto diradare parecchio la mia presenza nei panni del Dottor Manser a scapito di un più riflessivo e studioso Mister Mone. La mia attività filosofico-scientifica procede comunque a gonfie vele e probabilmente in futuro tornerò a vestire con più frequenza il camice lindo del Doc. Nel frattempo ho pensato di andare a spulciare i vecchi articoli e gli interventi del guru Coluicheindicalaluce; dopo aver fatto una cernita degli scritti più attuali e... illuminanti, ri-posterò anche quelli. Prima ancora però ne approfitto per fare un brevissimo riassunto della mia produzione letteraria edita. I libri che ho scritto sono otto (presto uscirà il nono). Ecco a voi i primi quattro (gli altri nel prossimo post) descritti in poche parole.

Breve storia autobiografica. Alex, ragazzo sensibile e sognatore sprofonda in un baratro di dolore che sembra senza fine. La risalita sarà dura. Ce la farà? (pubblicato nel 1997)

Sequel sotto forma di diario del libro precedente. Angosce e tormenti giovanili si fondono con la "voglia di esistere" dell'autore. Libro che rappresenta il mio primo sentito "vaffa" a questo mondo ipocrita alla deriva. (pubblicato nel 1999)

Il protagonista ha una terribile malattia che lo rende allergico alla mediocrità e quindi alla stragrande maggioranza delle persone: il Morbo di Giacomo Kellerman. Avendo ancora poco da vivere ne approfitta per confidare un terribile omicidio compiuto con gli amici anni addietro. (pubblicato nel 2006)

Un thriller crudo e spietato quanto il protagonista, uno scrittore che smette di scrivere per iniziare a uccidere. E per far sì che la gastrite non lo uccida... (pubblicato nel 2007)






venerdì 23 marzo 2012

L'UNGHIA DI BEGONIA

Quattordici anni fa nasceva questo racconto, racconto che ha tutti i difetti del mondo ma non si può certo dire che non sia spontaneo e non rappresenti uno... spaccato di vita, in tutti i sensi. Il titolo (il nome della protagonista) è stato cambiato dopo la sentenza del foro di Bilbao del 14 maggio 2009.

L’UNGHIA DI BEGONIA



Benidorm doveva essere la meta di una vacanza da sballo, di quelle da rievocare negli anni come la madre di tutte le ferie, il nonplusultra del divertimento, un’avventura da raccontare agli amici per far loro invidia e farli pisciare addosso dalle risate non appena ne avessimo sviscerato gli aneddoti più gustosi e persino i più insignificanti. Beh… così non fu. Ci sorbimmo ventuno ore di pullman solo per il viaggio di andata, ma questo è niente, eravamo preparati; pensavamo che ne sarebbe valsa comunque la pena. Non appena giungemmo a destinazione però, venimmo accolti da una sorpresa niente affatto simpatica: il nostro appartamento – prenotato con le migliori garanzie da parte dell’agenzia viaggi – era un sordido tugurio al decimo piano di un fatiscente palazzo privo di ascensore, ubicato in uno squallidissimo quartiere a cinquecento metri da una lurida spiaggia ispanica.
    “No problem!” dissi io per ringalluzzire l’animo sfiancato dallo sbigottimento e dalla stanchezza dei miei compagni di ventura, “è ora di tirare fuori il nostro spirito di adattamento. Fottiamocene e divertiamoci”.
    Questo era quello che pensavano anche loro, ma un secco “vaffanculo” saettato dalla bocca di Isola mi convinse a tacere per un po’.
    Eravamo partiti in quattro: io, Isola, Tano e il Cipputo. Tornammo a casa in due, nel senso che Isola e il Cipputo infarcirono talmente tanto i loro corpi con alcol e droghe che quando rientrammo in Italia, impiegarono due settimane per snebbiare la mente e riassumere una sia pur minima parvenza umana. Per quanto riguarda Tano, non fu di grande compagnia; infatti due giorni dopo il nostro arrivo in Spagna conobbe un ricco pederasta francese e passò quelle due settimane sullo yacht di Pierre Cocteau (detto il Marchese) tra effeminati giovincelli e glabri nonché nerboruti ragazzi in cerca di amore omo. Io trascorsi la prima settimana nell’allegra combriccola del Cipputo e di Isola, mentre i rimanenti giorni fluirono in uno stato di ascesi dove mi ritrovai a contemplare quella sconvolgente prima settimana. Se mai nella vita di un uomo si può parlare di punto di svolta drastico, io svoltai drasticamente proprio allora.
    Maria Giovanna, coca, hascisc, ecstasy, lsd, e chi più ne ha più ne metta; ci stavamo talmente appassionando al culto della droga che non uscivamo quasi più di casa. Eravamo curiosi di provare ogni tipo si sensazione addotta dalle sostanze stupefacenti. Per sei giorni non vedemmo né mare né sole, vivevamo di notte tra discoteche, rave party e locali di tendenza: qui mettevamo in pratica gli esiti e gli effetti del nostro hobby quotidiano. Fu proprio una di quelle sere che conobbi, al famoso Eku’s di Benidorm, Begonia, giovin pulzella di origine basca dalle forme sinuose e dal tenero visetto.
    Come ero fatto quella sera non lo sono mai stato, né mai lo sarò più – ne sono certo – in vita mia; ad ogni modo, non ricordo come, feci colpo sulla spagnoletta e la invitai al bancone del bar a bere qualcosa. Dopodiché seguii il classico rituale del giovane arrapato bramoso di sorcetta umida: piantai la lingua in bocca a Begonia e la invitai nel nostro appartamento. Non ci fu problema: già pregustava – come me d’altronde – le gioie del sesso, così prendemmo un taxi e via, destinazione Avenida de Mierda, vicino a Plaza de Schifo. Quando arrivammo su al decimo piano, la ragazza mi sembrava in splendida forma e ancor più bella di quando l’avevo conosciuta un paio di ore prima. Tutti quei piani saliti a piedi però mi accompagnarono boccheggiante alla meta e per riprendermi andai in bagno a tirare un po’ di coca della scorta personale di Isola. Ne uscii come nuovo e zompai letteralmente addosso alla chiquita. Ci spogliammo l’un l’altra e quando fummo nudi e crudi le infilai la mia bella nerchia pulsante su per quel soffice orifizio peloso che era la sua figa; ebbe un fremito di piacere accompagnato da un lungo sospiro, purtroppo però ero talmente eccitato che me ne venni quasi subito, lasciandola inappagata.
    “Excusame mucho” esclamai, “vado un momentito in bagno, e quando torno te inforco fino a romperte la fregna. Comprende?”
    Questa mi faceva di sì con la testa ma di sicuro non aveva capito nada. Comunque, vado in bagno a riassestarmi: cinquanta mila di benzina por favor… snifff… snifff e vamos; torno in camera e cosa vedo? Begonia a gambe aperte che si stava sparando un ditalino e gemeva, oh come gemeva quella troietta lussuriosa! Dissi: “Che Iddio abbia pietà di te!”. Era giunto il mio momento, Gigi era tornato in splendida forma, mi sentivo un leone pronto ad avventarsi sulla preda inerme. Dopo un po’ di preliminari penetrai la purchiacchella per il secondo giro e, beh, questa volta… tuoni e fulmini: la montai inizialmente nella posizione classica del missionario, poi la misi a pecora, infine fu lei a posizionarmisi sopra e qui venne tra spasmi violenti e grida da bovara. Io ne avevo ancora così decisi di metterglielo nel culo; a lei non dispiacque e un altro forte orgasmo la travolse. La mandai più volte in estasi poi anch’io me ne venni tra le sue belle chiappe sode. Quando chiusi gli occhi per rilassarmi pensai di avere appena terminato la più formidabile chiavata della mia vita.

***

Alle nove di mattina io e Begonia venimmo svegliati da Isola e dal Cipputo che rincasavano provenienti dal loro paese dei balocchi.
    Dopo averla un po’ palpata Isola svegliò la ragazza che, imbarazzatissima, si rivestì senza aprire bocca; la salutai dandole appuntamento per quella sera stessa sempre all’Eku’s poi la congedai con un bacio. Vedevo tutto annebbiato e tornai immediatamente a letto, constatando che i Fratelli Tossici, come li avevo soprannominati io, erano già belli stesi. Dormivamo in un'unica stanzetta: io nel letto matrimoniale con il Cipputo mentre Isola aveva occupato il piano inferiore del letto a castello, il cui coinquilino doveva essere Tano. Ma chissà che letti frequentava lui la notte.
    Verso le cinque del pomeriggio mi svegliai con l’odore del caffè che stava preparando Isola. Il Cipputo fumava una canna sul terrazzo e quando mi vide mi offrì un giro ma rifiutai perché avevo la testa che mi scoppiava. Bevvi il caffè mentre osservavo los amigos che con perseveranza  davano inizio all’ennesimo drug party. Oltre alla testa mi doleva anche lo stomaco, per cui mi ridistesi nuovamente sul letto dopo aver ingoiato un paio d’aspirine.
    A mezzanotte e trenta circa, il Cipputo e Isola mi svegliarono: era ora di andare alla “carica”. Io non stavo benissimo ma mi ero almeno ripreso dal mal di testa e di stomaco; fu così che me ne uscii per la prima volta dall’inizio di queste vacanze lucido e sobrio. Rifiutai pure un pastiglino di non so cosa che mi passò Isola dicendo: “Grazie ragazzi, ma oggi time out. Penso che rientrerò domani nella Toxic Company.”
    Quando arrivammo all’ Eku’s, i miei amici partirono in quarta alla ricerca di “carne” fresca da mettere sulla graticola della loro ardente euforia sessuale, mentre io, leggermente sofferente e un tantino abbacchiato mi sedetti su un divanetto sorseggiando un’aranciata amara. Ero lì che osservavo Isola darci di lingua con una quarantenne svedese quando mi resi conto di non ricordare assolutamente il volto di Begonia; nonostante mi sforzassi non riuscivo a focalizzare la sua fisionomia. Un fatto mi distolse da questi pensieri: una tipa grassoccia, butterata, con dei capelli unti e una pelle lucida da fare schifo si mise a sedere al mio fianco.
    “Hola! Como estas?” mi dice.
    “Bien!” rispondo io distrattamente.
    Passano pochi attimi e connetto tutto: è Begonia. Come ho potuto portarmi a letto un cesso di figa come quello? Quanta merda ho ingerito e inalato per intravedere anche solo un leggero barlume di fascino o bellezza in quell’aborto d’una putrida fregna? Deglutii saliva più volte, inorridendo palesemente al primo tentativo che fece di baciarmi; scansai quelle labbra grottesche con agilità, poi in uno spagnolo stentato cercai di spiegarle che non stavo bene e che avevo intenzione di tornare subito all’appartamento. Lei sembrò rattristarsi a questa notizia ma… fanculo!, io me la diedi a gambe. Senza neppure avvertire Isola e il Cipputo, corsi a prendere un taxi.
    Ero in casa da un’ora, sul terrazzo dell’appartamento a godermi la leggera brezza notturna e la splendente luna quando bussarono alla porta. Andai ad aprire un po’ infastidito per essere stato interrotto in quel piacevole momento contemplativo e chi mi trovai di fronte? Begonia. Aveva con sé un paio di bottiglie di vinello rosso di San Sebastian e un consistente pezzo di hascisc pakistano.     Essendo io una persona all’occorrenza abbastanza gentile e disponibile la feci accomodare; neanche il tempo di togliersi quell’orribile giacca kitsch che indossava che questa sgraziata creatura aveva già stappato la prima bottiglia. Non avevo nessuna intenzione di bere, ma quando mi resi conto che era l’unico modo per affrontare una situazione del genere, mi scolai  tutto il vino che aveva portato  nel giro di un’oretta. Finito che ebbi l’ultimo bicchiere, Begonia cominciò a gingillarsi con il mio Gigi e da quel momento non vidi più Begonia, non c’era più nessun barilotto nauseabondo davanti a me; c’era solo un buco nero, una foresta magica e rigogliosa, una Medusa che cercava di ipnotizzarmi il cervello e pietrificarmi l’uccello: ci riusciva benissimo.

***

Alle sette della mattina mi svegliai. Begonia era lì al mio fianco e ora, alla luce del giorno e con il cervello terso e connesso, risaltava in tutta la sua bruttezza. La osservai attentamente e… la annusai attentamente: come cazzo fa una persona appartenente alla specie umana a puzzare così tanto?! E soprattutto, come può uno come me scoparsi una cosa del genere? Provai un certo malessere mentre passavo lo sguardo sui suoi capelli, poi sui fianchi pienotti, sul sedere grassoccio, le cosce, i piedi… aaaaaah, mamma mia! Questa non aveva dei piedi, aveva un paio di zampe in necrosi purulento-degenerativa, due cimiteri profanati dal Dio Putrido. Sgranai gli occhi non riuscendo a credere a ciò che avevo davanti: nel piede destro, su cinque unghie, tre erano nere di sporcizia, una era avvolta da un cerotto e un’altra ancora era nera probabilmente perché schiacciata. Idem per il piede sinistro, con l’unica differenza che aveva un dito, l’alluce, ancora vergine e incontaminato. E che tanfo! Andai in bagno e vomitai.
    Sciacquandomi la faccia sotto il getto ghiacciato del rubinetto, pensai che se i miei amici (il Cipputo e Isola in stato di sobrietà per intenderci) si rendessero conto chi, anzi cosa mi sono chiavato, verrei sfottuto per il resto dei miei giorni.
    Influenzato da quest’ultima gaia possibilità, mentre Begonia ancora dormiva mi baluginò in testa un’idea che colsi nella sua estemporaneità; presi la Canon che ancora non avevo tirato fuori dalla valigia e cominciai a fotografarla, immortalando più che altro quei due piedi che se non se li curava, un giorno quella povera ragazza si sarebbe ritrovata con dei moncherini o con protesi artificiali. Con l’autoscatto mi fotografai nelle posizioni più idiote: annusandole (fingendo!!!) i piedi, il culo, le ascelle… Sì lo so che ero un demente delirante in questa valle di lacrime, il problema era che non me ne rendevo conto e non mi dispiaceva affatto esserlo.
    Quando verso le otto e trenta tornò a casa Isola con la sua svedesona (il Cipputo , come ho appurato in seguito, era a farsi sbocchinare da una minorenne olandese), venni come assalito da un raptus di follia isterica; svegliai Begonia a calci nel culo e la trascinai fuori dalla porta nuda, tirandole dietro i vestiti.
    “Hijo de puta!” mi grida lei incazzata.
    “Vai via balenottera di merda, e non farti più vedere!” replico io mentre ero già sotto la doccia a scrollarmi di dosso quell’alone di apocalisse, quella sensazione di aver contratto la peste bubbonica che mi aveva lasciato quella passera mefitica.
    Lì, con l’acqua gelida che scorreva su tutto il corpo e che mi arrecava un piacere quasi orgiastico, sentii un grido proveniente dalla camera da letto. In procinto di essere cavalcato dalla Ingrid, Isola si era conficcato l’unghia dell’alluce marcio di Begonia nella chiappa sinistra. Mi precipitai in suo soccorso e gli estrassi accuratamente l’arma letale dal sedere poi, quando stava ancora imprecando, gli consigliai di andarsi a disinfettare se non voleva beccarsi il tetano o una qualche forma sconosciuta di virus. Aiutato da Ingrid, l’amico andò a detergersi la ferita in bagno dove poco dopo proseguì l’amplesso sulla tazza del cesso.
    In cucina stavo analizzando quell’unghia quando… visione celeste, crisi dell’Io… non so bene cosa mi accadde ma decisi che quel pezzetto disgustoso del piede di Begonia sarebbe diventato un cimelio, un amuleto da conservare, da adorare; un antisfiga, un portafortuna, insomma… la mia unghia custode. Dopo tutto mi aveva insegnato una bella lezione, anzi più di una, che misi in pratica a partire da quel giorno stesso: primo, basta con le droghe almeno quelle pesanti e in quantità smisurata; secondo, avevo fatto beneficenza a una ragazza inguardabile e potevo essere felice di aver fatto del bene, ma da allora in poi… solo offerte in denaro; terzo, ho imparato che alla disgregazione cerebrale e morale (la mia) e materiale (quella di Begonia) non ci sono limiti percepibili dai diretti interessati quando si entra nella spirale che porta verso il fondo; infine – ma questo l’ho imparato molto tempo dopo – io vedevo in Begonia una diseredata, un relitto ambulante, giovane ragazza che giocava la disperata partita contro la solitudine così come qualunque altra persona in grado di decodificare i miei comportamenti e la mia personalità corrosa e corrotta dalla precarietà esistenziale della vita stessa avrebbe visto che non valevo né più né meno quello che valeva lei. C’era solo una differenza rilevante, e cioè che probabilmente Begonia non aveva e non avrebbe mai avuto la possibilità di condurre il gioco (sia bene inteso che non dico questo riferendomi al suo aspetto esteriore, valuto bensì alcuni aspetti che mi suggeriscono che la spagnola era una persona scialba), mentre io la capacità di comandare il mio destino l’avevo avuta. Ma ho perso la partita.

***

A distanza di parecchi anni da quella vacanza in Costa Blanca, non ricordo quasi più nulla di quei giorni. Gettai via persino il rullino con le foto di Begonia prima ancora di tornare a casa e mai, mai ho riso di quelle avventure.
    Tano si è stabilito in Thailandia a vivere nell’harem del Marchese e non ho più contatti con lui da almeno tre anni. Il Cipputo fa continuamente la spola fra il carcere ed una comunità per il recupero di tossici. Isola, beh lui è morto alcuni mesi dopo il rientro da Benidorm: sua madre lo trovò nel bagno con la siringa ancora penzolante dal braccio. La maledizione di Begonia non era stata esorcizzata con il disinfettante e non lo aveva perdonato.
    Allora si voleva partire per spaccare il mondo; ci siamo spaccati noi stessi, trascinati nel vortice del nulla, nel vuoto che avevamo dentro e che non riuscivamo a colmare se non con “stupefacenti” giochi di prestigio. Come finì quella vacanza? Che importa come finì. Basti sapere che quando il proprietario dell’appartamento ci presentò il conto, noi lo saldammo senza sapere quanto alto era stato in realtà il prezzo pagato alla nostra voglia di evasione.
    Quando ancora oggi osservo l’unghia di Begonia, che porto sempre al collo gelosamente custodita all’interno di un ciondolo di cristallo appeso ad una catenina d’oro, mi affiora alla mente il ricordo dei miei amici e i fantasmi della nostra giovinezza si materializzano a inquietarmi l’anima.
    “Che cos’è quella schifezza che hai al collo?” mi chiedono spesso.
    “E’ l’unghia di una Dea crudele” rispondo io, “che venne uccisa dall’ancor più crudele ferocia di un essere umano, il quale però si dovette portare appresso la sua maledizione per tutta la vita. Chi possiede quest’unghia può considerarsi – a contrario di quello che si è indotti a pensare udendo ciò che ho appena detto – molto fortunato. Posso affermare che è vero.”
    E’ vero sì, altrimenti non sarei qui a scriverlo.